Corriere della Sera
Jacopo Natale, il ristoratore di Verona che fa
colloqui di lavoro in carcere: «Voglio assumere
un detenuto: in cucina siamo tutti uguali»
C’è un momento, nel percorso di chi vive tra le mura del carcere, in cui la pena smette di essere solo attesa del fine pena e diventa «cosa farò dopo essere tornato in libertà?». Quel momento, per alcuni detenuti della casa circondariale di Montorio, arriverà domani. Jacopo Natale, titolare del ristorante Yard di corso Cavour, varcherà i cancelli per fare dei colloqui di lavoro. Non è una visita di cortesia, ma un’operazione autorizzata dal Magistrato di Sorveglianza ai sensi dell’articolo 17 dell’Ordinamento Penitenziario, con il via libera della direttrice Mariagrazia Bregoli.
I colloqui
Il documento, protocollato il 13 febbraio dall’area giuridico-pedagogica, funziona come un ponte: l’imprenditore entra «per avviare colloqui conoscitivi con detenuti da avviare presso il ristorante». Per Natale, classe 1980, è la conferma di un’attitudine civica già testata sul campo: fu lui, durante il lockdown, a consegnare quattromila pasti gratuiti ai medici degli ospedali veronesi, incassando il plauso dell’allora governatore Luca Zaia per la sua «generosità poderosa». Più di recente, ha trasformato i tavoli dello Yard in un avamposto contro la malnutrizione con l’iniziativa «Ristoranti contro la fame», organizzando cene di gala il cui ricavato è andato a finanziare progetti umanitari.
Ma entrare in carcere per assumere qualcuno è una sfida diversa. Significa credere che la cucina possa essere un luogo di redenzione e che la disciplina di una brigata sia lo strumento perfetto per il reinserimento sociale. «La ristorazione è rigore, orari, rispetto dei ruoli e delle materie prime», riflette Natale tra i tavoli del suo locale. «In cucina siamo tutti uguali davanti alla linea: conta come lavori, non quello che hai fatto fuori o prima. Cercare un aiuto cuoco a Montorio significa offrire a un uomo la possibilità di non essere più definito dal suo errore, ma dal suo mestiere».
Reinserimento sociale
Il progetto si inserisce nel solco delle opportunità previste dalla legge Smuraglia, che favorisce l’inserimento lavorativo dei detenuti come strumento di reinserimento sociale. Offrire un impiego durante la pena significa anche incidere sulla sicurezza collettiva e creare valore per la comunità, affiancando all’aspetto umano una dimensione misurabile: chi impara una professione difficilmente torna a delinquere. «Cerco una persona che abbia voglia di sporcarsi le mani con noi, che impari a tagliare le verdure, a mantecare il risotto e a gestire la pressione di un sabato sera da cento coperti. Ne entrerà solo uno nello staff, per ora, ma in futuro chissà». Il colloquio di domani è la dimostrazione che il tessuto economico veronese può dialogare con la «città parallela» di Montorio.
Il valore del tragitto
L’happy end di questa storia non è il contratto in sé, ma il valore del tragitto. Per chi supererà la selezione, varcare la soglia di Yard significherà lasciare per qualche ora il peso della detenzione e riprendersi un’identità. Tra i fuochi e i fumi della cucina, il marchio del reato svanirà: resterà un uomo con una divisa bianca, pronto a ricominciare dalle basi per costruirsi un domani, un ingrediente alla volta.
Corriere della Sera - 26 Febbraio 2026
